Comunicare non è solo “parlare”

La maggior parte delle persone, quando si parla di comunicazione, fa riferimento al linguaggio verbale, ovvero il semplice “parlare”; ma comunicare è qualcosa di molto più complesso, che include numerosi canali, oltre a quello verbale, e altri aspetti come la relazione.

Per descrivere cos’è la comunicazione, occorre partire intanto dall’idea che affinché via sia uno scambio comunicativo, è necessario che siano presenti almeno tre elementi: il mittente (colui che trasmette), il ricevente (colui che riceve) ed, infine, il messaggio, ovvero ciò che il mittente “passa” al ricevente. Il ricevente elabora il messaggio e lo “ripassa” al mittente, interscambiando continuamente i ruoli per rendere efficace lo scambio comunicativo.

Per descrivere meglio il concetto di comunicazione, possiamo far riferimento alle ricerche portate avanti dallo psicologo austriaco Paul Watzlawick della Scuola di Palo Alto, racchiuse nel famoso volume “Pragmatica della comunicazione umana”, all’interno del quale lo psicologo descrive 5 assiomi della comunicazione umana:

  • È impossibile non comunicare. Tutti i comportamenti sono dotati di significato e comunicano qualcosa: questo punto pone l’accento sull’impossibilità di non comunicare: persino quando siamo particolarmente passivi o in silenzio comunichiamo qualcosa (ad esempio, stiamo comunicando proprio la volontà di non comunicare, ma è comunque una comunicazione che mettiamo in atto). Pensiamo ad un bambino che, senza parlare, ci guarda con il viso contrito e abbassato e le ciglia aggrottate: è vero, non sta parlando, ma questo non vuol dire che non comunica. Le espressioni del suo viso, la postura del suo corpo possono farci capire che probabilmente si sente arrabbiato o triste e che sta sperimentando uno stato emotivo che ci comunica attraverso degli aspetti non verbali. Oppure, il modo in cui una persona si veste, sorprendentemente, ci comunica una serie di cose riguardanti quell’individuo seppur non abbia proferito parola: potremmo giudicare malamente un uomo che si presenta ad un colloquio di lavoro vestito in maniera troppo informale e questo nostro pensiero è dato, ricordiamo, solo dal modo in cui questa persona ha deciso di vestirsi.
  • La comunicazione comprende un livello di contenuto e uno di relazione. Quando comunichiamo, non è importante solo il significato del messaggio (ovvero il contenuto, il “cosa” comunichiamo), ma anche aspetti che fanno riferimento più alla modalità con cui trasmettiamo il messaggio (ovvero la relazione, il “come”): la modalità con cui si trasmette il messaggio può includere il tono della voce, il contesto, le espressioni del viso. Quindi il contenuto del messaggio sarà condizionato dal modo in cui viene trasmesso. Ad esempio, un genitore può interpretare diversamente quanto viene comunicato dal proprio figlio, a seconda che venga utilizzato un tono di voce alto e squillante piuttosto che basso e sommesso. Esiste quindi un aspetto metacomunicativo della comunicazione, ovvero la modalità con cui comunico qualcosa determina anche la relazione che intercorre tra me ed il destinatario (pensiamo, ad esempio al tono che viene utilizzato quando si dà un ordine: il tono lascia intendere il tipo di relazione, in questo caso quella di superiore/subordinato).
  • Il flusso comunicativo è espresso a seconda della punteggiatura degli eventi. In base alla“punteggiatura” usata, cambia il significato della comunicazione e della relazione: ciascuno di noi costruisce significati a seconda di come essi vengono da noi stessi “filtrati ed interpretati” in base alle nostre esperienze personali e delle caratteristiche individuali, con una tendenza a prendere “per buono” e a considerare il nostro solo punto di vista. Ad esempio, una coppia ha più possibilità di divenire conflittuale quando i membri hanno la tendenza, negli scambi comunicativi, ad usare solo la propria punteggiatura e considerano quasi esclusivamente solo il proprio punto di vista senza cogliere quello dell’altro.
  • La comunicazione avviene mediante canali verbali e non verbali; il primo utilizza criteri digitali ed il secondo analogici. Esistono due modalità comunicative, ovvero la modalità digitale (il linguaggio verbale veicolato dalle parole) e quella analogica (tutto ciò che non è verbale, veicolato dalle immagini). Ricordiamo, in riferimento a quanto espresso anche nei punti precedenti, che il linguaggio non verbale è un potente veicolatore di messaggi: basti pensare alle modalità di comunicazione del bambino prima che avvenga l’acquisizione del linguaggio verbale, cioè i gesti o altre modalità quali il pianto (per esprimere determinati bisogni, come quelli fisiologici o il bisogno di accudimento).
  • La comunicazione può essere simmetrica o complementare. Il modo in cui ci si relaziona all’altro può essere simmetrico o complementare. Nel primo caso, i partecipanti allo scambio comunicativo rivestono la stessa importanza e quindi, detengono lo stesso “potere” comunicativo; questo avviene soprattutto nelle relazioni dette orizzontali, cioè “alla pari”, dove nessuno dei due membri tende a sottomettere l’altro (ad esempio, la relazione tra due amici o due sorelle). Nel secondo caso, i partecipanti hanno, all’interno della comunicazione, ruoli diversi in una relazione di tipo verticale (ad esempio insegnante – alunno, genitore – figlio). E’ bene sottolineare che le relazioni simmetriche e complementari non devono essere equiparate a “buone relazioni” o “cattive relazioni”: questa suddivisione serve solo per comprendere il tipo di relazione che intercorre tra i membri.

In conclusione, la comunicazione è un concetto ampio, il quale include sia il linguaggio verbale (cioè il “parlare”), sia tutta una serie di aspetti più impliciti di natura non verbale, i quali spesso acquisiscono un’importanza anche maggiore del linguaggio parlato. Inoltre, negli scambi comunicativi, è molto rilevante anche la relazione che intercorre tra i comunicanti.

Dott.ssa Annamaria Micolano